PAC: IL FUTURO DELL'AGRICOLTURA SI DECIDE ORA



In questo momento le istituzioni europee stanno decidendo del futuro dell’agricoltura europea. Tra pochi mesi sapremo se la PAC, (la Politica Agricola Comune dell’UE) sarà un’alleata per lottare contro la crisi climatica e la drammatica perdita di natura e biodiversità, se saprà dare sostegno agli agricoltori biologici e alle piccole aziende agricole oppure, se, come temo, darà ancora la maggior parte degli aiuti economici alle grandi industrie agricole e agli allevamenti intensivi.

Il settore agricolo è centrale nel percorso di contrasto alla crisi climatica. Per questo motivo se sbagliamo oggi a decidere come utilizzare le risorse della PAC, per la quale viene utilizzato 1/3 dell’intero bilancio europeo, quasi 400 miliardi di euro di soldi pubblici dei cittadini europei, rischiamo di compiere un grave errore che potrebbe ostacolare il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi climatici che la stessa Europa si sta ponendo per i prossimi decenni. E purtroppo non partiamo per nulla con il piede giusto.

La riforma oggi sul tavolo europeo è figlia della precedente Commissione europea a guida Juncker, notoriamente non un paladino dell’ambiente. Ma la presidente Von der Leyen sembra intenzionata a cambiare passo e ha proposto nel 2020 il Green Deal europeo, che contiene al suo interno importanti obiettivi per il settore agricolo e alimentare europeo, come la riduzione del 50% dell’uso di pesticidi, la riduzione di antibiotici e fertilizzanti e l’impegno a restituire più spazio alla natura e alla biodiversità nei terreni agricoli.

Eppure, il testo di riforma della PAC adottato al Parlamento europeo lo scorso ottobre, e ora sul tavolo negoziale con il Consiglio UE, ovvero i 27 ministri dell’Agricoltura europei, ha il sapore amaro delle grandi occasioni mancate. Mantiene, infatti, inalterate le storture di quella precedente e di fatto non consente al mondo agricolo di fare quell’avanzamento atteso e necessario.

Fino al 2027 si continueranno a finanziare gli allevamenti intensivi, si confermano i criteri quantitativi per l’erogazione dei finanziamenti (ovvero i sussidi vengono erogati in base agli ettari di terreno posseduti o al numero di capi allevati), danneggiando i piccoli agricoltori a vantaggio delle grandi industrie.

Migliaia di cittadini, di piccoli agricoltori, aziende agricole del biologico e associazioni ambientaliste, con i quali io e il gruppo dei Verdi europei ci siamo schierati senza indugio, hanno protestato e hanno chiesto alla nuova Commissione Von der Leyen di ritirare questa riforma e presentarne una nuova, in linea con l’ambizione del Green Deal. Senza ricevere ascolto.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, eppure proprio qualche giorno fa arriva la notizia bomba: la presidenza portoghese ha deciso di rendere pubblico il famoso “documento 4 colonne”. Si tratta di un documento, finora segretissimo, usato durante i cosiddetti Triloghi, i negoziati tra i tre grandi attori europei - Commissione, Parlamento e Consiglio UE - per trovare l’accordo finale su una Direttiva o un Regolamento.

Fino a oggi questi negoziati sono sempre avvenuti a porte chiuse, lasciando i cittadini all’oscuro delle trattative. Il documento 4 colonne riporta, in questo ordine, la posizione iniziale della Commissione europea nella prima colonna, le modifiche del Parlamento europeo e del Consiglio UE nella seconda e nella terza e infine il compromesso concordato nella quarta colonna.

Si comprende facilmente, quindi, quanto fosse importante per i cittadini essere informati sulle posizioni di ognuna delle istituzioni europee, in un’ottica di trasparenza e partecipazione. Non a caso la Corte di Giustizia europea nel 2018 (Sentenza De Capitani) ha sancito che queste trattative a porte chiuse costituissero una palese violazione dei diritti democratici di trasparenza e accesso ai documenti.

Fino all’inaspettato epilogo dello scorso 6 febbraio. Le numerose denunce da parte della società civile, le contestazioni delle associazioni e l’enorme mobilitazione dei cittadini hanno indotto la presidenza portoghese a rendere pubblico il documento 4 colonne, stabilendo, di fatto, un risultato storico per i cittadini europei che, con la campagna #withdrawthecap, avevano chiesto una politica agricola più ambiziosa e maggiore trasparenza alle istituzioni europee.

Questo importante esito, tuttavia, non deve indurre ad abbassare la guardia: in primis perché la trasparenza deve diventare la norma nel processo decisionale europeo e non un’eccezione concessa dall’alto. In secondo luogo perché la riforma della PAC, così com’è, si colloca ancora lontana anni luce da quella transizione ecologica al centro del Green Deal europeo.

Ecco perché in Italia il nuovo ministro dell’agricoltura, Patuanelli, si trova davanti ad un’opportunità storica per segnare un deciso cambio di passo per il Paese e porsi in netta discontinuità con l’operato di chi lo ha preceduto. A lui chiediamo il coraggio e la coerenza di aggiungere la sua voce a quella dei milioni di cittadini che domandano all’Europa di modificare questa obsoleta e dannosa politica agricola, alzando l’asticella delle ambizioni, affinché dai vacui proclami che odorano di greenwashing si passi ad una vera conversione ecologica.

A lui chiediamo di porre al centro del Piano Strategico Nazionale dell’Italia i principi del Green Deal, puntando sulla riduzione del 50% nell’utilizzo dei fitofarmaci, sull’aumento al 25% dei terreni coltivati a biologico, tagliando del 50% il consumo di antibiotici per gli allevamenti e l’acquacoltura, trasformando il 10% delle superfici agricole in aree ad alta biodiversità.

La pandemia ha ribadito con forza il ruolo dominante della natura negli equilibri del pianeta e, di contro, gli effetti devastanti che si producono ogni volta che questo fragile equilibrio viene interrotto. La crisi attuale ha messo in evidenza il filo che unisce tutti, uomini e animali, nel medesimo destino di abitanti della Terra. Ecco perché chiediamo a Patuanelli il coraggio delle scelte decisive, per rilanciare un settore nevralgico per la nostra economia seguendo i principi di una transizione giusta e sostenibile.

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